Riflessioni sull'immigrazione

Immigrazione: parlarne a scuola è importante, ed è per questo che abbiamo seguito con interesse sempre crescente le varie fasi del progetto. Senza dubbio è un argomento complesso e delicato da affrontare, in particolar modo perché spesso associato allo “schieramento politico”, e perché rivolto a ragazzi che talvolta giudicano i fatti - estremizzandoli negativamente – senza però conoscerne a fondo i molteplici aspetti. Tuttavia gli esperti che abbiamo avuto la possibilità di ascoltare hanno affrontato il tema in modo più che professionale. Infatti, nonostante diverse provocazioni durante alcuni incontri, loro ci hanno ricordato che, malgrado le apparenze, è di persone che si sta parlando, non di mezzi di propaganda politica o piaghe dell’epoca moderna.
Inoltre, al di là delle discussioni sul fenomeno vero e proprio, abbiamo avuto l’occasione di riflettere anche su quali possano essere le ragioni e le conseguenze di una tale ostilità nei confronti del “diverso”. Principalmente è la paura collettiva, alimentata dai media che, attraverso l’agenda setting, danno priorità a certe notizie piuttosto che ad altre. In questo contesto la cronaca nera riguardante gli immigrati, non come vittime ma come carnefici, è quasi sempre in prima pagina, portando il pubblico a discuterne e aumentarne la percezione del rischio. Abbiamo perciò capito l’importanza di questo tipo di progetti e della sensibilizzazione in generale, in quanto è estremamente facile cadere nel pregiudizio. (a cura di S.L. e F.F.)

Si deve comprendere

Mi sono iscritta al progetto pensando che sarebbe potuta essere un’opportunità di apprendimento, ma adesso capisco che è stato molto di più, poiché mi ha aperto gli occhi, dandomi la possibilità di ragionare ed elaborare un’idea personale che prima non possedevo, su un argomento tanto attuale quanto delicato: l’immigrazione.
Ho constatato che le poche notizie di cui disponevo antecedentemente a quanto ho appreso durante questo progetto erano inesatte, approssimative e confuse.
Mai come a seguito di questa esperienza trovo appropriato il detto comune secondo cui “non è tutto oro quello che luccica”.
Capita spesso che ciò che vogliono farci credere non sia poi l’esatta realtà di come vada il mondo e di come stiano effettivamente i fatti. Ho capito che molte notizie diffuse in tv, alla radio o semplicemente negli articoli di giornale sono inesatte o semplicemente incomplete.
Non bisogna mai accontentarsi di una cultura supportata da un’informazione superficiale, da un uso della parola non sempre consono a descrivere in maniera obiettiva, ma cercare sempre di raggiungere una conoscenza quanto più possibile vicina e aderente alla realtà e verità dei fatti.
Durante questo progetto ho acquisito la consapevolezza di quanto sia necessario uno spirito critico orientato al saper distinguere una notizia attendibile da un'altra che invece non lo è, anche se questo approccio spesso risulta problematico. (a cura di M.U.)

Equilibristi

È incredibile scoprire quanto sia labile il confine che divide la verità dall'errore; è come se ognuno di noi fosse un funambolo che avanza su un filo steso sopra un burrone, basta un attimo di distrazione per precipitare nella voragine della menzogna. Per quanto questo possa sembrare un esempio estremo, non potrebbe essere più calzante.

Dopotutto, con i mezzi odierni dovrebbe essere facile stare al passo con gli avvenimenti, eppure si sa troppo poco di certe cose. Sia chiaro, è necessario tenersi ben informati, ma è importante farlo con i mezzi giusti. Per rendere l'idea: una notizia su un social, la cui fonte non è chiara, e una chiacchiera al bar non sono da considerare “fonti attendibili”. Talvolta, anche alla televisione certi argomenti sono trattati in maniera troppo ambigua o superficiale; e consequenziale è la confusione da parte del pubblico.

Durante il progetto sull'immigrazione al quale ho preso parte, ho potuto constatare di quanto le mie conoscenze sull'argomento fossero torbide, inesatte, superficiali e spicciole. Nonostante le notizie in televisione, le interviste e gli articoli letti, avevo appena scalfito la superficie dell'iceberg. Ad aprirmi gli occhi sono stati gli incontri con gli esperti del settore. Con loro abbiamo visto l'argomento da prospettive nuove, delle quali in genere non si sente parlare; abbiamo affrontato la questione dal punto di vista storico, culturale, sociologico e persino teatrale. Penso di aver partecipato ad un progetto davvero completo e soprattutto utile per me e gli altri partecipanti.

Per quanto sappia che avrei ancora molto da imparare, è certo che adesso ho una visione molto più ampia di prima; e oserei ammettere, decisamente più corretta e approfondita. Sono soddisfatta di ciò che mi porto via da questa esperienza.

Per me c'è voluto un progetto scolastico a farmi conoscere aspetti da me ignorati, ma sapersi interessare e informare nel modo giusto, non accontentarsi mai di una cultura approssimativa e saper distinguere e giudicare una notizia da un'altra, sono tutti comportamenti che ognuno di noi deve sentirsi chiamato a fare; e non è mai troppo tardi per accorgersi che esiste una comprensione migliore delle cose alla quale mirare. Dal progetto sull'immigrazione mi porto via, oltre ai lavori svolti, tutti questi insegnamenti, validi per qualunque cosa.

Io sono caduta nella voragine, ma con questo lavoro ho avuto modo di alzare la testa dal fondo e realizzare che se avessi guardato oltre il mio naso, invece di accontentarmi della fune, mi sarei accorta della presenza poco più in là delle scale, via molto più sagace e sicura di procedere nella mia strada. (a cura di E. S.)

Noi e Loro
Quando si parla di immigrazione viene spontaneo fare una distinzione tra “noi” e “loro". Esiste davvero? Certamente esistono delle differenze, ma cosa ci rende migliori rispetto a loro? Innanzitutto, dove dovremmo tracciare il confine tra “noi” e “loro”? E soprattutto, “noi" e “loro" a cosa è legato? Alla cultura? Alla religione? Alla regione di provenienza, se è a ovest o a est? Ma chi decide cosa indicare come occidente e oriente? Tutto nasce dagli stereotipi che portano le persone ad avere dei pregiudizi sulla base del colore della pelle o del culto religioso. Per molti queste caratteristiche definiscono la categoria del “loro". Ed è questa generalizzazione a promuovere la discriminazione, perché si tende ad identificare qualunque musulmano con un terrorista , qualunque africano con un “cercatore di fortuna" che “ruba il lavoro". In realtà come ogni italiano ha la propria storia, i propri sogni, la propria identità, così ce l’ha ogni altra persona. C’è chi scappa da condizioni di estrema povertà, chi da persecuzioni, chi dalla guerra, e anche chi davvero cerca fortuna, come gli italiani in America all’inizio dello scorso secolo e in nord Europa negli ultimi anni. Non possono quindi essere considerati inferiori, e sarebbe importante che tutti se ne ricordassero.
(a cura di S.L. e F.F.)

Immigrazione, integrazione e accoglienza in Italia

Il sistema di accoglienza in Italia è suddiviso in due livelli. Il primo, coordinato delle prefetture locali, è costituito dagli hotspot e dagli hub, il secondo, chiamato SPRAR (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) è finanziato dal Ministero dell’Interno e amministrato dai comuni e dagli enti locali e provvede all’accoglienza dei richiedenti asilo e di tutti coloro che hanno bisogno di agevolazioni umanitarie al fine di garantire un corretto inserimento socio-economico. Più nel dettaglio, gli SPRAR sostengono: l’inserimento in strutture dedicate all’accoglienza degli immigrati, l’erogazione di buoni spesa per il vitto, il supporto di un mediatore linguistico, l’accesso ai servizi socio-sanitari ed educativi, un supporto nella ricerca di un lavoro e di una casa. Negli ultimi anni, però, con un incremento notevole di immigrati si è resa necessaria l’istituzione dei CAS (centri di accoglienza straordinaria) che ospitano ad oggi il 72% dei migranti presenti in Italia. Questi ultimi sono gestiti da enti privati e alberghi in collaborazione con le prefetture. Tuttavia, la loro natura emergenziale impedisce una corretta gestione e un buon controllo da parte delle istituzioni.
Le iniziative sono prese anche dai 2430 comuni in Italia sotto i 5000 abitanti che stanno vedendo un lento e inesorabile calo demografico. Sono questi ultimi che decidono di accogliere migranti per ripopolare tutti quei piccoli paesi, popolati prevalentemente da anziani, e farli rinascere. Un esempio importante in Calabria è Camini, paese di 800 abitanti, che ha accolto 80 immigrati provenienti dalla Siria e dall’Africa e che stanno contribuendo non solo a ripopolare il paese, ma hanno dato anche un grosso impulso alla sua economia che altrimenti, fra qualche decina d’anni, non sarebbe più esistita. Altri esempi di questo tipo li troviamo nel Canavese in Piemonte, dove in diversi comuni con meno di 500 abitanti sono state affittate delle abitazioni a migranti che, con lavori di vario genere, in cambio permettono a questi piccoli borghi di non morire. Ancora in Piemonte, ad Asti, alcune famiglie hanno deciso di accogliere 50 migranti. Sono numeri questi che possono sembrare irrisori davanti a 181.000 profughi presenti in Italia, ma che fanno certamente capire che con alcuni accorgimenti istituzionali si possa giungere ad una gestione e organizzazione ancora più mirata ed efficiente del problema.
Vediamo ora di capire più nel dettaglio i due livelli cui si è accennato all’inizio. Il primo livello è, come detto, costituito da hotspot e centri di accoglienza. Di fatto, gli hotspot presenti nella penisola dovrebbero essere quattro (il condizionale è d’obbligo, poiché nemmeno il Ministero dell’Interno sembra avere informazioni e dati certi sul loro numero e sulla loro dislocazione). Essi si trovano a Lampedusa, Pozzallo, Trapani e Taranto. Qui i migranti ricevono la primissima accoglienza, sono sottoposti a screening sanitario, identificati e foto-segnalati. Dopo queste procedure, possono infine richiedere la protezione internazionale (richiesta di fatto pretesa dalla maggior parte dei migranti). Successivamente, in teoria entro 48 ore, dovrebbero raggiungere i centri di accoglienza. Secondo gli ultimi dati risalenti ad aprile 2018, nei centri di prima accoglienza ci sarebbero 9.500 migranti (500 negli hotspot e 9.000 nei centri di accoglienza veri e propri). Coloro che non fanno richiesta di asilo (ammesso che siano pochi) vengono rinchiusi nei CPR (centri di permanenza e rimpatrio) per essere riportati nel paese d’origine. Questi centri, fino alla riforma che ha visto gli ex CIE (centri di identificazione ed espulsione) trasformarsi in CPR sarebbero a Roma, Brindisi, Torino e Caltanisetta, e a questi se ne sarebbero dovuti aggiungere altri sedici, ma non si hanno informazioni che possano confermarlo. Il secondo livello di accoglienza è occupato, come detto precedentemente, dagli SPRAR, rinominati SIPROIMI (sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati) dopo la riforma voluta dal Ministro dell’Interno Salvini. Questi si occupano di accogliere tutti coloro che hanno fatto richiesta di asilo. Nel 2017, su un totale di 36.995 richiedenti asilo, solo il 36% ha potuto beneficiare di questa richiesta. Il destino di queste persone resta, purtroppo, incerto come in una sorta di limbo per via della politica intrapresa dall’attuale Governo. Queste persone, una volta ricevuto il permesso di soggiorno, si ritrovano fuori dai programmi SPRAR, la maggior parte ancora incapaci di inserirsi correttamente nel contesto sociale italiano. Coloro che vengono inseriti negli alloggi, piccoli (con meno di 15 persone), medi (fra le 15 e 30 persone), grandi (più di 30 persone), ci possono restare per sei mesi, prorogabili eventualmente per altri sei mesi. I gestori, oltre che garantire l’alloggio, devono fornire: pulizia e igiene ambientale, vitto, attrezzature per la cucine, abbigliamento e biancheria, una scheda telefonica e un abbonamento per i trasporti pubblici di quella zona, secondo anche le caratteristiche del territorio. A questi si aggiungono una serie di servizi necessari per l’integrazione sociale: iscrizione alla residenza anagrafica, ottenimento del codice fiscale, iscrizione al servizio sanitario nazionale, iscrizione a scuola per i minori, supporto legale, corsi di lingua italiana, inserimento lavorativo e abitativo, attività socio-culturali e sportive.
È chiaro che per tutte queste attività serva un gran numero di personale distribuito equamente in tutte le strutture del nostro territorio. Nel 2017 erano 11.134 le persone interessate in quello che è finito col diventare un vero e proprio business (per i gestori di centri privati specialmente). Queste persone vedono precario il proprio lavoro a causa della riforma Salvini. Il personale rappresenta di fatto la spesa di gestione maggiore assieme alla manutenzione delle strutture e al cosidetto pocket-money da dare ai migranti, da 1,5 a 3 euro, ma che costituisce solo il 10% dell’intera spesa totale. Secondo gli ultimissimi dati risalenti a gennaio 2019, sarebbero 35.650 i migranti attualmente presenti negli ex SPRAR, di cui 3.730 minori non accompagnati. Complessivamente, a gennaio 2019, il sistema di accoglienza dei migranti in Italia conta circa 131.000 individui, un dato del 28% inferiore al 2018, calo che si prevede continuerà a perpetuarsi. Anche i costi sembrano calati dai 3,5 miliardi del 2017 ai 2,5 miliardi del 2018 e si prevede che entro la fine del 2019 caleranno ancora.
Insomma, calano le cifre ma non sembra migliorare l’organizzazione per l’accoglienza e l’apertura mentale verso coloro che, per giungere da noi, hanno visto la spesso la morte in faccia per poi subire, purtroppo, un trattamento molto spesso non consono a ciò di cui avrebbe bisogno e diritto un essere umano.
(a cura di A.P.)

Immigrazione
Si sente tanto parlare dei flussi migratori alla televisione, come se ne legge anche nei giornali e sul web; però, quanto ne sappiamo davvero su questi fenomeni e qual è la realtà che raccontano?
Si è sempre tutti pronti a urlare con convinzione gli slogan più in voga del momento, come: “respingiamoli in mare”, o anche “che siano le autorità libiche ad occuparsene”. Tuttavia, cosa si nasconda dietro queste realtà, nessuno sembra saperlo.
Infatti, spesso non si conoscono le difficoltà e i pericoli dei tragitti che queste persone si trovano costrette ad affrontare, giacché i guai cominciano prima di raggiungere la Libia.
Il primo ostacolo è sopravvivere al Sahara: gruppi di migranti si incontrano ad Agadez, (una città del Niger), con degli autisti-trafficanti, i quali fanno loro pagare in anticipo, poiché il loro scopo primo non è quello di trasportarli, ma più quello di lucrare sulle loro vite; talvolta le persone vengono abbandonate nel bel mezzo del deserto, lasciandoli lì a morire di sete, mentre gli autisti tornano indietro a prelevare un altro carico di disperati.
Si provi a immaginare che, secondo delle statistiche del 2017, si calcola che le morti nel deserto siano il doppio di quelle nel Mediterraneo; e già così si inizia ad avere un'idea di quanto poco si sappia della storia di un migrante.
Per chi raggiunge la Libia le complicazioni non sono finite, parliamo di: abusi e violenze nei confronti delle donne, torture fisiche, tra cui scariche elettriche e frustate sui piedi. Queste sono le condizioni disumane e invivibili che si è costretti a subire.
Chi sopravvive anche a questo si imbatte nell'ultimo scoglio da superare, quello di cui si sente più spesso parlare, poiché capita che finisca con dei naufragi: l'esodo in mare.
Reduci da loro viaggio, ecco che sulle coste europee si trovano accolti da un clima ostile, che minaccia loro di rispedirli indietro a quelle violenze dalle quali sono appena scappati. Questo senso di inimicizia affonda le radici in profonde convinzioni false e dettate dall'ignoranza.
Perciò,forse, prima di inneggiare contro queste persone, ci si dovrebbe informare realmente sulle loro storie che li hanno portati fino a qui oggi.(a cura di M.U.)

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